(66) Cominciare: Eletric Guest

Se mi avessero chiesto, il primissimo giorno d’università, qualche pronostico sulla mia avventura accademica avrei risposto in vari modi. Ingenuamente, confusamente, sprovvedutamente. Drogato dall’eccitazione del momento sarei probabilmente caduto nella trappola dell’incauto ottimismo, della previsione troppo facile, della sovrastima delle mie forze. Inutile dire che i piani d’allora si rivelarono fallimentari in ogni aspetto. Fa ancora un po male, oggi, ricordarlo. Striscia sempre un senso di colpa nel rimembrare i propri insuccessi. Lento e inesorabile, pungente e, a volte, particolarmente doloroso.

Sicuramente non avrei mai detto che a ventisette anni sarebbe cominciato il mio ultimo anno accademico, almeno nei termini formali. Non avrei mai detto, ne tanto meno ho mai pensato, che avrei scelto la propulsione aerospaziale come indirizzo di specializzazione. Men che meno che il tutto sarebbe stato in lingua inglese. Non avrei mai pensato che nessuno, delle molte persone conosciute in questi anni e con cui ho condiviso molto, sarebbe stata mia compagno di banco, ancora una volta. E non avrei mai detto che sarei ritornato all’università negli strascichi di una pandemia globale, tra mascherine e distanziamento sociale. Tra termoscanner, guanti di lattice e lezioni virtuali. Tra un allenamento di Judo, un pamphlet di Céline e una sessione di Aikido. Mai, mai avrei pensato che sarei rimasto un intero semestre segregato in casa, ad aspettare la fine del mondo divorando gli episodi di Six Feet Under e ascoltando singoli dei R.E.M a casaccio. E che il Politecnico potesse mancarmi cosi tanto, alla fine.

Ad ogni semestre associo una canzone, che ascolto per l’intera Domenica che lo precede. È un modo per “caratterizzarlo“, per dargli una collocazione musicale nella mia memoria. Una sorta di “colonna sonora” per imprimerlo indelebilmente, per dargli un significato nella storia della mia vita. Perché, nel bene o nel male, farà sempre parte di essa.

Ecco, il fatto forse più sconvolgente: mai avrei detto che questa volta sarebbe toccato agli Electric Guest.

“We’ve got a feeling of the day
Last time wasn’t what we made but now we make away
Love is our only true escape
Fear is nothing washed away, awake, away, awake”

“Abbiamo un presentimento di come sarà questa giornata
L’ultima volta non andò come programmato, ma ora ci faremo da parte
L’amore è il nostro unico modo per evadere
La paura svanisce quando viene spazzata via, quando si è desti”

Electric Guest: “Awake” (2012)

(65) Montagna

La montagna d’Inverno assume una forma quasi del tutto estranea rispetto alle restanti stagioni. Si riveste di una propria e magnifica bellezza. Ho avuto la fortuna, nel mio breve percorso escursionistico, di poterla cogliere. O, quantomeno, d’intravederla.

Accadde durante la prima uscita del corso d’escursionismo invernale. Andammo in Svizzera. A Bregaglia, per l’esattezza. Trovammo maltempo al mattino presto ma, verso la tarda mattinata, le nuvole si diradarono e il sole, finalmente, si decise a spuntare. Verso l’ora di pranzo arrivammo in vetta e cominciammo la discesa. La giornata volgeva a concludersi, le fatiche cominciavano a farsi sentire.

La montagna d’inverno è vedere il vento mentre accarezza dolcemente le nivee distese e il silenzio pervadere il desolato orizzonte. Il limpido blu del cielo si confonde con le frastagliate cime e nuvole argentee sparire oltre il punto in cui lo sguardo si perde. Brevi folate di neve e raffiche di pungente freddo colpiscono con furia il viso. Entrano nei guanti, tra le maniche, nel collo. Il rumore delle ciaspole mentre sprofondano, delicatamente, nella soffice neve.

La segnaletica indica la direzione del passo, il quale si rimette ai piedi di una piccola valle circondata da imponenti monti.  Per trovare cosa, aldilà di esso?

Per un attimo sul tetto del mondo, dove il tempo pare perdere di significato. Dove la montagna incontra il paradiso nell’infinito sviluppo dell’orizzonte. Laddove riposano gli Dei, laddove la propria anima ristora dell’eterna pace”

photo_2020-09-10_14-03-33

(64) “Sunshine” (tramonto)

“And when i feel
Life’s heavy labours calling
I make my self
Light aslight
I think of things
As they come to me
Without warning
A train of thoughts passing through on the tracks”

“E quando sento
che la vita mi sta richiamando al duro lavoro
io mi rendo
leggero come la luce
Penso alle cose
come mi arrivano
senza stare attento
a un treno di pensieri che passa sui binari”

Patrice: “Sunshine” (2002)

IMG_20190920_073203

Racconti: volume #6 (inconcluso)

Nel periodo 2014-2015, circa, ho pubblicato cinque brevi racconti sui più disparati temi. Ve ne fu anche un sesto, ma che non venne completato ne, ovviamente, pubblicato. Mi sono imbattuto oggi, riordinando il mio archivio digitale, nella sua bozza originale. Decido dunque di pubblicarlo qui anche solo per memoria storica. Purtroppo ho completamente perso l’ispirazione nel completarlo, motivo per cui dubito fortemente che verrà un giorno ultimato. Comunque ecco la bozza. A voi le dovute considerazioni.

Jackie Cane, ma dov’eri finita?
Credevi di poter sparire cosi, lasciandomi senza parole
tra un punto e un periodo, all’inizio del capitolo
dove finisce la carta e comincia la realtà? “

Non basta una Colt e qualche rapina nell’Arkansas
per essere la Clyde di un romanzo rosa qualsiasi,
Non basta un L-10 e un giro intorno al mondo
per essere l’ Amelia del prossimo Colossal

Jackie Cane, per me non è facile
la mia penna racconta ciò che non puoi scegliere
in tutte le storie che ho scritto e poi dimenticato
sei stata strega, regina, comparsa e puttana

Se solo avessi avuto un’idea migliore
saresti stata

Questo è l’epilogo per Jackie Cane,
ovvero l’espediente narrativo
usato per terminare il racconto
di un povero scrittore mancato

Liberamente ispirata a:

“Jackie Cane was everybody’s sugar
She gave it all wherever it took her
They used her up before the sell-by date
To be so sweet was her only mistake
The only flower in a concrete garden
Destined to be the rock that wouldn’t harde”

“Jackie Cane era lo zucchero di tutti
Lei lo regalava tutto a chiunque la prendesse
La usavano fino alla data di scadenza
Essere così dolce era il suo unico errore
L’unico fiore in un giardino di cemento
Destinato ad essere la roccia più dura”

Hooverphonic: “Jackie Cane” (2000)

(63) “If” (“Se”)

“[…] Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi, […]

[…] Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!” […]”

Una celebre poesia di Kipling dedicata al figlio maggiore, caduto il primo anno della guerra mondiale. La trascrissi su un foglietto che, da quando la lessi per la prima volta, conservo tutt’ora nel mio portafoglio.

La porto con me, ovunque io vada.

photo_2020-09-04_21-27-11

Frammento ventiseiesimo

Giunto ufficiosamente l’Autunno. Troppo presto. Troppo tardi. Quest’anno non c’è stata nessuna vacanza estiva. È una sorta di “tradizione“: è da poco meno di un decennio che, negli anni pari, non combino più nulla. Poi, con l’arrivo del COVID…

Vabbè, spero almeno in un Autunno quantomeno sereno.

photo_2020-09-02_11-55-57

(62) I.L Cambiare

Cambiare“. Molti ritengono che questo verbo rappresenti un singolo atto, un’individuale azione. È un errore comune. In realtà il verbo “cambiare” si scinde in diversi altri verbi, che qui provo sommariamente a riportare:

  1. Consapevolizzare” la propria situazione, rendendosi conto dell’insostenibilità di taluni comportamenti. Da correggere prontamente;
  2. Decidere” di prendere i provvedimenti necessari per far fronte alla situazione. Animare le propria forza di volontà preparandosi al tutto per tutto, costi quel che costi;
  3. Attuare” i provvedimenti di sopra, con solerzia, con spirito critico, con serietà; Pronto a riprendere daccapo il processo, se necessario;
  4. Osservare” i risultati. Sincerarsi di aver raggiunto anche un minimo di cambiamento, seppur ancora lontano da quello voluto e/o sperato.

Ma soprattutto c’è una regola fondamentale da rispettare. Un suo mancato rispetto comporta, nella totalità dei casi, l’insuccesso anche dei cambiamenti più superficiali, più impercettibili.

“Mai guardare al passato. Solo e sempre volgere lo sguardo al domani e alle sue infinite possibilità”.